Disambigua Art Space

Come potevamo sapere? Personal Post (1)

Self portrait, Riccardo Ajossa. Disambigua Art Space. Ink Notes. Carla Paiolo

Self Portrait, Riccardo Ajossa.

Come potevamo sapere? Personal Post (1) :: di Carla Paiolo

Come potevamo sapere? Scrive Riccardo Ajossa sulla parete dello spazio. Rimango per l’ennesima volta in silenzio. 16 maggio 2014. Siamo a un giorno dall’inaugurazione della mostra ‘Shelter Add’, la sensazione è quella del vuoto e di ogni volta che un crollo emotivo sta per avvenire, ma che sarà trattenuto. È passata sopra di noi una grande nube nera e la stiamo sentendo, respiriamo l’aria disumana di lacrime innaturali. Per le strade della città il dolore non è consentito, o meglio, rigorosamente punito. Oltremodo e in dose massiccia, poiché Istanbul si sta anche avvicinando all’anniversario di Gezi Park, previsto per il 31 maggio. ‘La violenza è troppa ‘, sento dire qualche giorno fa in una Radio, dove riconosco una voce amica, ed è proprio così. I media sono direzionati altrove quest’anno. In quei momenti, appare tutto confuso e fuori luogo, anche quello per cui ci troviamo lì. Assurdo. Siamo entrati nell’ultimo tempo che potevamo immaginare, quello di una realtà che ti presenta l’ennesimo conto amaro, quello in cui delle persone diventano cifre. Eppure niente dovrebbe essere fuori luogo, il cuore è al centro di Shelter Add. La mostra è una riflessione sul diritto alla vita ed è una denuncia anche verso quei crimini di guerra – nonché abuso di potere- che non cessano di manifestarsi, ogni istante, nel mondo. La carta dei cargo poi, ha un odore ben preciso con il quale andare indietro nel tempo, per avere memoria. Assurdo, tutto.  Fino a pochi giorni prima ci stavamo confrontando, scambiando opinioni da persone libere, costruendo realmente, parlando della funzione dell’arte in relazione ad una contemporaneità che ne sta snaturando il senso profondo. Perché sentirsi fuori luogo ora? Dove collocare l’arte realmente? Quale domanda ha senso porsi.  Penso che il nostro disagio, o almeno il mio, sia stato la conseguenza di un pensiero necessario: parliamo senza avere i segni dell’esperienza diretta. Non sappiamo fare silenzio. Il dolore lo immaginiamo, ne ricostruiamo le fila a partire da un’esperienza non vissuta concretamente, ne desumiamo fisionomie parziali, spesso argomentando senza un’adeguata umiltà. Non è certo una colpa non viverlo, solo un dato oggettivo. Abbiamo quel lucido distacco che ci permette di osservare dall’esterno e viviamo di problematiche futili, figlie di bisogni indotti, neanche lontanamente pensare di metterli a confronto. Nonostante questo, diamo valore al banale, non abbiamo gli strumenti per fare qualcosa di concreto, ci lasciamo condizionare dai diktat del sistema, ferire dalla cattiveria gratuita del singolo, chissà facendo del male a nostra volta, senza rendercene conto. Stentiamo spesso a riconoscere quanto sia sottile il limite che separa cosa è giusto da cosa è sbagliato, cosa è naturale da cosa non lo è, cadiamo nell’errore perché siamo chiamati a diventare macchine perfette. Ci facciamo regolare la mente e i sentimenti, sosteniamo di avere uno sguardo libero da preconcetti così come tolleriamo le regole di un’estetica che ci impone l’ordine e la pulizia dello sguardo. Altrimenti, siamo fuori. Tutto deve funzionare all’occhio che non sa più fermarsi a guardare.  Oggi i professionisti dell’arte sono chiamati a svolgere in prima istanza un impegno di facciata, in parte comprensibile visto la mole di aggressività dalla quale proteggersi e con cui si è obbligati ad avere a che fare. Quanta finzione […]. L’Arte. Ma l’Arte è un’arma. L’Arte è pensiero. Penso manchi il pensiero necessario. La coincidenza della strage di Soma qualche giorno prima della mostra, quel dolore condiviso per le strade e duramente punito, è stata una delle lezioni più grandi che avrei mai potuto ricevere. Non mi ha spaventato il gas, sebbene ancora ne senta ancora l’odore. Ho avuto paura per tutte le volte che ho immaginato una guerra, uno stupro, una violenza e non ho neanche provato a ricostruirne il dolore. Ho avuto paura per tutte le volte che mi sono lasciata togliere il sorriso da episodi insignificanti. Ho avuto paura per tutte le volte che ho scelto la facciata alla sostanza. Per tutte le volte che non ho avuto coraggio.  Shelter Add è stata una doppia discesa.  Mi sono, ci siamo sentiti realmente dentro uno spazio. Sul vetro della Hush Gallery, c’è stampata una frase presa da Se Questo è Un Uomo, di Primo Levi. Mi rimane lo sguardo di Bilge Ertem e quanto sia necessaria oggi una condivisione reale.  L’arte che non si preclude un rapporto umano ha una forza incredibile.  Mi portavo con me l’emozione del lavoro di Riccardo, di quella poesia che penso abbia la capacità di illuminare. Mi rimane il suo sguardo, di quei giorni, con dei cargo in movimento dentro. Penso manchi il pensiero necessario.

Come potevamo sapere? Personal Post (1) • SHELTER ADD/Mostra personale di Riccardo Ajossa •
 a cura di Bilge Ertem e Carla Paiolo •
 17.05.2014-
dal 17.05.14 al 05.07.14 
• Hush Gallery- Rasimpaşa Mah. Rıhtım Cad. İskele Sok. 29/A Kadıköy / İstanbul 
• Online: Virtual D/ www.disambiguartspace.com

Carla Paiolo

 

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