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IKM::’Diario di un Viaggio’:: di Carlotta De Sanctis

Carlotta De Sanctis, IKM, Ink Notes, Disambigua Art Space, Carla Paiolo

Dagli studi di antropologia ho imparato quanto sia fondamentale abbandonare, il più possibile, quella fascinazione dell’esotico che così facilmente prende coloro che guardano ad oriente e che porta inevitabilmente a un’attitudine distorta nei confronti dei fenomeni osservati. Certamente non parlo di passioni, quelle appartengono a ognuno di noi, ma di quell’impostazione che nella letteratura accademica ha preso il nome di orientalismo e che da Said in poi è stata completamente messa in discussione. L’orientalismo è un modo prettamente europeo di interpretare l’Oriente, strettamente legato all’esperienza coloniale e rappresenta un’eredità culturale che distorce l’interpretazione di vari fenomeni sociali e culturali attraverso schemi precostituiti che agiscono inconsciamente ogni qual volta ci si riferisce a qualcosa di esotico. Criticare questo approccio ci permette di ridefinire una lettura occidentale che diventando egemonica ha troppe volte invaso violentemente le descrizione e i racconti dell’altra parte di mondo. Riguardo all’orientalismo la letteratura ha giustamente ed ampliamente approfondito un’analisi che col tempo, anche se non in tutti gli ambiti, ha rianalizzato criticamente la violenza di un tale approccio all’altro. Non mi dilungo ulteriormente in un discorso troppo ampio ma sentivo la necessità di una pur breve introduzione dal momento che riferirò un tema che è diventato un’icona dell’interpretazione dell’Oriente: quello delle donne. Per non cadere in una superficiale generalizzazione volevo solamente utilizzare questo argomento come esempio di riappropriazione del discorso da parte del soggetto culturale, nel caso specifico le donne, che in Turchia pochi giorni fa hanno deciso di organizzare un evento che mettesse in luce la condizione femminile nella storia del paese. Quello che nel discorso dell’orientalismo è maggiormente dibattuto infatti è il diritto di parola dell’Occidente riguardo a fenomeni di cui non si ha esperienza diretta. L’incapacità di ascolto e la volontà documentaristica di moltissimi scrittori ha nel tempo tolto voce ai soggetti direttamente coinvolti. Il ‘Parlare a nome di’ è stata una predisposizione che ha in qualche modo gerarchizzato i ruoli nella narrazione contribuendo ad alimentare stereotipi, non necessariamente negativi, che però non aderiscono assolutamente alla realtà. La presa di parola da parte dei protagonisti adesso è invece considerata una necessità verso una più equa distribuzione dei ruoli. Dico questo perché, in particolare sul discorso che riguarda le donne, tutti hanno detto la propria opinione ma pochi hanno realmente ascoltato chi era coinvolto. Quest’attitudine ha creato un feticcio senza l’abbandono del quale non si potrà mai agire in termini di comprensione delle problematiche in gioco. L’esempio che volevo presentare, esclusivamente per introdurre la riflessione, riguarda la fondazione a Istanbul del primo Museo della Donna (IKM)- Istanbul Kadın Müzesi. Il progetto infatti, oltre a promuovere mostre temporanee che sensibilizzino alla difficoltà che una donna incontra nel costruire la propria identità di artista in una società patriarcale, ha l’obiettivo di riscrivere la storia dell’arte turca facendo riemergere il contributo delle donne che per secoli è stato eclissato. Attraverso un’approfondita ricerca si tenta di riportare alla luce le biografie di quelle donne che sono state pioniere nel loro genere artistico. Dai 2600 anni di storia presi in esame si ricava un vivacissimo clima artistico in cui le donne, tutt’altro che secondarie sono state protagoniste a tutti gli effetti. Il mancato riconoscimento del loro lavoro è una chiara testimonianza di come la storia sia stata modificata a favore di un punto di vista estremamente maschilista. Quello che emerge da questo progetto è che non solo il contributo femminile non è stato debitamente riconosciuto dalla storia, ma che questo approccio continua anche nel contemporaneo, non solo nelle piccole gallerie ma anche nelle iniziative che godono dell’appoggio della comunità internazionale. Ciò che queste donne cercano di promuovere è il diritto ad un equo trattamento sociale tramite soprattutto il riconoscimento del loro contributo alla storia dell’arte. L’evento inaugurale si è concentrato sulla fotografia femminile in Turchia e nei paesi confinanti, creando in qualche modo anche un discorso transnazionale. La maturità con la quale sono state analizzate le diverse problematiche testimonia come il discorso sulle donne non è del tutto nuovo in questi paesi ma gode di una riflessione e di azioni concrete che hanno bisogno di collaborazioni piuttosto che di retorica. Questa digressione mi è servita soprattutto per illustrare un esempio di come un soggetto rivendichi il proprio diritto all’auto rappresentazione. Dal momento in cui si riconosce alle donne coinvolte la facoltà di difesa e reazione senza il bisogno di un assistenzialismo esterno che il più delle volte serve a mitigare il senso di colpa prettamente europeo, si sta veramente rispettando una presa di posizione così come questa richiede di essere letta. In questo come in tutti gli altri ambiti, ascoltare le richieste e le motivazioni che sono alla base dell’affermazione o della contestazione di determinati costumi all’interno di una società aiuta a scongiurare l’instaurarsi di rapporti di violenza narrativa, non solo in ambito accademico, ma nel più generale modo di descrivere e riportare la realtà proponendo una lettura più umana e complice.

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