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Kurban Bayramı

Kurban Bayramı:: ’Diario di un Viaggio’:: di Carlotta De Sanctis Carlotta De Sanctis , Disambigua ArtSpace, Carla Paiolo

Scrivere in questa rubrica negli ultimi tempi mi ha fatto scoprire come inconsciamente analizzi determinate forme rituali partendo soprattutto da un ottica estetico- performativa. Questo processo, più immediato di quanto non si creda, trova degli ostacoli nel momento in cui l’arte, nel mondo contemporaneo viene localizzata in determinati ambiti e luoghi di fruizione. Il ricollocamento delle pratiche artistiche ad un livello che non sia solo espositivo, permette di configurare una numerosa gamma di connessioni simboliche che aiutano a mediare i vari messaggi. Questa chiave di lettura introduce, nell’analisi antropologica, la possibilità di interpretare determinate pratiche culturali anche da un punto di vista estetico. L’esempio che ho scelto di considerare per dare un’impronta pratica a questa digressione è quello che in Turchia è conosciuto come Kurban Bayramı, il sacrificio rituale che si tiene alla fine del mese di ramadan e che nel mondo arabo prende il nome di Eid al-Adha. In questa occasione viene riproposto il sacrificio animale compiuto da Abramo per estrema carità divina, al posto del figlio Ismaele (Isacco per i cristiani). Considerare la forza performativa della riproduzione della morte, permette di valutare la reazione istintiva che questa provoca nel pubblico e il valore che conseguentemente un tale gesto assume per la società. Ancora oggi il rituale del sacrificio è fortemente spettacolarizzato e assume un valore catartico per tutta la società. Il complesso rapporto tra società e sacrificio è stato analizzato dettagliatamente da un filone dell’antropologia, inaugurato dalle tesi di Robertson Smith sulla teatralizzazione dei rapporti tra l’umano e il divino. Nella spettacolarizzazione della morte è intrinseco un rinsaldamento dei rapporti comunitari, che vengono  consolidati attraverso il rito del pasto comune. Il contratto che la comunità sancisce con la divinità  attraverso il sacrificio animale serve a garantire la perpetuazione dell’ordine cosmico condiviso dal gruppo. L’animale sacrificale rappresenta infatti il dono offerto in cambio del mantenimento della struttura sociale. Nel caso specifico del Kurban Bayramı l’animale che più comunemente viene sacrificato è una pecora o una capra con più di un anno di vita, che una volta uccisa viene condivisa dalla comunità seguendo una divisione rituale precisamente codificata: un terzo dell’animale viene offerto alla parte più povera della comunità, mentre i rimanenti due terzi vengono divisi tra la famiglia e il vicinato. L’analisi del sacrificio a partire da un’ottica estetica permette  di mettere in evidenza quelle reazioni irrazionali che si innescano nell’audience durante la performance. La comunità dei fedeli si trova  a vivere un momento di estrema intensità da un punto di vista emotivo. Nonostante le pratiche moderne attutiscano, con una serie di regolamentazioni, il valore spirituale dell’evento, a mio avviso, sarebbe un errore considerare l’atto sacrificale come un retaggio del passato, privo di qualsiasi forza culturale. Se soprattutto nelle grandi città turche la partecipazione al rituale è minore rispetto alle zone rurali, ciò non toglie che i rapporti famigliari e, all’interno di questi, la riunione dei membri durante il pasto comune, continuano ad avere una validità strutturante dal punto di vista culturale. È interessante notare i cambiamenti che le forme rituali arcaiche assumono nel presente, ponendo particolare attenzione all’analisi di processi che mantengono ancora grande rilevanza piuttosto che di quelli che con il tempo sono andati perduti. Il tentativo da parte dell’essere umano di gestire l’ignoto, fonte di paura e fascinazione, ha assunto nel tempo numerosissime formulazioni. Interpretando in questo senso il rituale del sacrificio si può facilmente intendere come questo rappresenti una manifestazione della volontà di riportare al regno dello scibile la morte stessa. Ritornando per un attimo ad occuparci dell’aspetto estetico, la rappresentazione della morte costituisce un elemento di estrema importanza per la riuscita della performance. Questo preciso passaggio simboleggia infatti la padronanza dell’uomo sull’atto stesso della vita. Il potere della comunità di decidere della sorte di un altro essere vivente conferma la forza del gruppo e rigenera i rapporti sociali. Analizzando tali rituali nel mondo contemporaneo è chiaro come si debbano tener presenti tutti i cambiamenti e le variabili dovuti al nuovo contesto. L’abuso delle immagini nelle società moderne attutisce sicuramente l’effetto performativo del sacrificio che non può, in ogni modo, essere ridotto ad un puro atto meccanico di conservazione della tradizione. La sua validità come mezzo di consolidamento di alcuni vincoli sociali rimane tuttora benché smorzata dalla moderna sensibilità riguardo a tutto ciò che la mente umana non riesce a comprendere. È chiaro come una buona analisi debba prendere in considerazione numerosi processi, ma focalizzare l’attenzione sulla forza emotiva dell’atto sacrificale mette in luce il profondo rapporto tra spettatore e messaggio mediato. La profondità di tale rapporto può essere, in qualche modo, una risposta al perché il sacrificio abbia ancora un così forte valore nel mondo contemporaneo. Carlotta De Sanctis.

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