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La ricerca della tradizione

Carlotta De Sanctis InkNotes - disambigua artspace

La ricerca della tradizione :: Diario di un Viaggio::  Carlotta De Sanctis

Il mio ultimo viaggio, forse più di ogni altro, mi ha messo nella condizione di riflettere sul diffuso desiderio di ricercare, nel posto che stiamo visitando, ciò che c’è di più tipico, originale, tradizionale. Probabilmente anche la scelta stessa di visitare un paese come il Myanmar può essere in parte considerata in linea al comune tentativo di cogliere l’essenza di quello che non è stato ancora esplorato, visto, toccato e connessa all’inconscio desiderio di tornare con un bagaglio di storie che abbia un alone di esotico, di caratteristico e di spettacolare, che susciti interesse nel gruppo di ascoltatori e garantisca al narratore un certo successo sociale. Ora, quello che di romantico e di avventuroso esisteva nel racconto di viaggio, romanzato dalla presenza di personaggi atipici dalle storie più o meno incredibili, è stato in qualche modo spodestato dalla storia del viaggiatore improvvisato, sicuramente meno colorita, più accessibile, e soprattutto alla portata dell’uomo comune. Ammessa l’astrazione del concetto d’‘inesplorato’, la possibilità di raggiungere gli angoli più remoti del pianeta, semplificata in modo esponenziale negli ultimi vent’anni, ha ridotto quello che prima era un processo, piuttosto esteso nel tempo, di ricerca e d’incontro, ad un accesso all’apparenza illimitato a luoghi e culture diverse. La semplificazione di questo processo ha quindi comportato la possibilità di una maggiore mobilità (ad appannaggio quasi esclusivo delle popolazioni occidentali), connessa, in molti casi, alla riduzione vertiginosa del tempo a disposizione da poter dedicare alla scoperta di un luogo. Inoltre, questa nuova formula di viaggio è spesso associata alla crescente pretesa di ricercare quello che si crede siano le situazioni tipiche e tradizionali comportando, ora come non mai, un paradosso intrinseco alla reale possibilità di dedicarci e interloquire con un contesto nuovo. Connesso all’incoerenza di un tale atteggiamento, è il desiderio di preservare molte realtà così come sono in modo da beneficiarne ogni qualvolta si sente la necessità di qualcosa che, nella sua diversità, viene percepito come più autentico. La volontà di preservare, tema ampiamente dibattuto nell’ambito degli studi antropologici, comporta in alcuni casi il tentativo violento di sottrarre determinate realtà al processo di cambiamento insito nel tempo. Quello che spesso si riscontra è quindi un impoverimento della spontaneità a favore di una teatralizzazione finalizzata a soddisfare le esigenze del viaggiatore occasionale. Allora, invece di cercare di imprigionare il tempo altrui, sarebbe piuttosto interessante riflettere sul nostro uso di questa dimensione. Così facendo, invece di cercare escamotage e soluzioni per velocizzare il processo di ricezione dell’elemento o della situazione tipica, e quindi diversa e affascinante, potremmo umilmente aprirci all’idea che l’accesso a determinate dinamiche consuetudinarie, a piccoli angoli che resistono al processo di urbanizzazione, a rituali che non hanno subito la fascinazione del mercato economico e che continuano a riprodursi secondo logiche lontane dal concetto di vendita e di arricchimento, richiede passione, predisposizione e, non ultimo, un certo quantitativo di tempo. Ovviamente questa riflessione non può rappresentare da sola la soluzione alle complesse dinamiche sociali, culturali ed economiche insite nel processo di globalizzazione. Tuttavia potrebbe costituire un primo passo nel tentativo di spostare il focus dell’esperienza del viaggio su un diverso livello qualitativo nello scambio interpersonale. Nel viaggio, così come nella ricerca e nell’arte, l’interesse per un determinato luogo, soggetto o argomento necessita di un processo esteso nel tempo che preveda, non solo un accumulo di esperienze e conoscenze a riguardo, ma sia un vero e proprio percorso durante il quale è il soggetto stesso a modificare la propria prospettiva. Riducendo e semplificando i metodi di ricerca è evidente come quello che prima risultava essere un percorso cumulativo, ora in molti casi si riduce all’acquisizione del dato di fatto spesso ridotto a mero stereotipo che, in assenza di una diversa prospettiva, diventa un semplice sistema d’orientamento facilitato. Riconsiderare nello scambio e nell’osservazione la dimensione temporale permette, non solo di difenderci da conclusioni approssimative, ma di ritrovare allo stesso tempo quella spontaneità che sembra a prima vista perduta, negli altri e in noi stessi. A questo punto anche il racconto potrebbe riacquistare il suo colore e quella dimensione di esperienza unica e personale che la standardizzazione del viaggio sembra aver compresso. Mentre scrivevo questo testo, mi sono imbattuta per caso in una nuova pubblicazione in italiano di un famosissimo romanzo turco: ‘L’Istituto per la regolamentazione degli orologi’ di Ahmet Hamdi Tanpınar. In questo testo l’autore parafrasa in maniera sarcastica il desiderio dell’uomo di controllare e organizzare ciò che procede indipendentemente dalla sua volontà, e quindi il tentativo di possedere e regolare il tempo. Quella che Tanpınar propone è una parodia della modernità che nell’Istanbul di inizio secolo era simboleggiata dal tentativo grottesco di creare istituti, come quello della regolamentazione degli orologi, che potessero organizzare ciò che sfuggiva al controllo razionale. Considerare la qualità della dimensione temporale permette, a mio avviso, di riflettere e di prendere in considerazione le conseguenze reali di una particolare gestione del tempo. Ridimensionare le poche settimane di ricerca dell’esotico ad una più umile esperienza vacanziera, senza alcuna pretesa di un’intima comprensione di dinamiche complesse, potrebbe restituire una maggiore dignità al concetto di viaggio che invece richiede un periodo e una predisposizione mentale differente. L’interesse, la fascinazione, lo stupore di uno scambio più genuino e meno arrogante nella sua ricerca del racconto spettacolare potrebbe difenderci dalla mera riproduzione del luogo comune restituendoci un’esperienza rivelatrice non solo degli altri ma soprattutto di noi stessi.

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Foto Carlotta De Sanctis – Myanmar 2015

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