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Luna Park del margine. Daniele Vita

Luna Park del margine. Daniele Vita :: ‘V4LAND’:: by Carla Paiolo

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Daniele Vita. Cojimies Village, 2011

Daniele Vita. Se una professione è la scelta di come stare al mondo, quindi il risultante di un processo culturale piuttosto che naturale -prerogativa che senza false ipocrisie è privilegio riconducibile ad alcuni status sociali e non un diritto estendibile a tutti-, Daniele Vita si riconosce e s’impegna a trattenersi nel mezzo, o meglio al di fuori. Lì dove risiede il margine.
Margine come territorio violato al quale non rimanere indifferente, ma anche luogo in cui la natura non è sostituita dall’artificio e dove la conoscenza è bagaglio necessario di cui servirsi per proseguire l’esperienza nel basso, dove dignità e difesa della semplicità sono principi imprescindibili.
Una prematura e chiara consapevolezza del male sociale -quindi di logiche autoriali designate al mantenimento e all’espansione dello stesso- ed una forte sensibilità, accompagnano l’iter di formazione professionale, che avviene per naturale predisposizione ma anche come reazione a questa breve premessa, con dei tempi molto rapidi e in età piuttosto precoce.
La fotografia assume quasi la parvenza di un’estensione corporale congenita, come fosse una scelta pregressa da cui non poter retrocedere, lasciando invece spazio all’esigenza prioritaria, che è appunto quella di cosa farne e come preservare uno sguardo pulito e giusto, eticamente non corrotto.
Le sue foto hanno tagli decisi, netti, che rivelano la palpitante evidenza delle cose e la forza del riflesso che segue il contatto.
Il virtuosismo formale e l’eleganza compositiva dell’immagine alla quale arriva in modo quasi istintivo, diventano per assurdo il primo freno inibitore. Una minaccia estetica da dover gestire e se necessario di cui disfarsi nel tempo, o ad intervalli ragionati, costruendo in tal modo un passaggio che metta se stesso di fronte ad un’ulteriore prova di autenticità. La decostruzione formale avviene come fase naturale di evoluzione stilistica personale, forse in parte agevolata da incontri/scontri con realtà effimere con le quali si è rapportato nel suo percorso. Senza generalizzare, il riferimento è a quelle realtà critiche mediocri volte ad analizzare in primis la funzione del godimento estetico, anteponendo la garanzia di una superficie ‘vendibile’ alla vera sostanza dell’immagine o di un intero progetto, che invece richiede. Troppo comodo e in fondo ingiustamente elitario, perseguire un cammino che lo separi dai valori imprescindibili della vita e che non tenga conto di questo, come della responsabilità individuale in seno a realtà discriminanti.
Le sue immagini hanno investigato e approfondito la memoria collettiva, creato un forte legame con il territorio d’origine, dove ha indagato i volti e i luoghi della Resistenza, entrando nei ricordi vivi dei protagonisti e facendo così tesoro di alcuni grandi insegnamenti di vita: ‘noi facevamo piccole cose insignificanti, non siamo degli eroi’.
Detto ciò, è chiaro che l’esperienza diretta e l’aspetto relazione sono la condizione necessaria ai fini della sua intera ricerca; la realtà deve essere esperita in prima persona e includere la complicità del suo interlocutore, così da acquisire l’energia e restituirla, mettere a nudo se stesso e chi gli è davanti, eliminando il tabù dello sguardo. Crescere nella verità richiede coraggio, perseveranza, solitudine, superamento dei propri conflitti interiori, delle paure più inconfessate. Il suo spirito irrequieto è ben consapevole di tutto.
Per questo molti dei suoi progetti hanno bisogno di tempi lunghi, pause riflessive, distacchi totali e poi ancora di ritorni. Ma ogni ricerca e ogni situazione è un micro-mondo a parte e come tale va approfondito, e richiede un’attenzione ed impegno diverso anche in termini spazio-temporali. Reclamano un tempo dilatato situazioni legate al mistero di aggregazione collettiva di carattere religioso, o contesti dove a parlare è l’altra faccia della disabilità, quella che restituisce dignità e ci fa rendere conto che la disabilità regna nei nostri sguardi timorosi.
Ancora lo vediamo entrare in ambienti delicati come quello dei rifugiati politici, luoghi di detenzione carceraria, realtà circensi itineranti o in famiglie che vivono di pochissimo e nell’attesa che qualcosa accada come nel villaggio di Cojimies, in Ecuador.
Il suo eremo autoprodotto ideale, nascerebbe sulla base di questi territori sensibili, ma avrebbe tutti i connotati e l’energia di un Luna Park. Un Luna Park del margine, costruito con aereo dinamiche spaziali derivate da sorrisi e sguardi puri, quelli dei bambini che ha incrociato nel suo cammino e talvolta ricevuti da quelle infanzie negate in grado di darne anche più di altri. Percorrere il margine, significa non abbandonare la speranza di un mondo migliore. Gli occhi innocenti lo avvertono e si mettono istintivamente in direzione del suo sguardo.
Daniele Vita nasce a Vetralla (VT) nel 1975.daniele vita

 

Disambigua Art Space. V4LAND.Daniele Vita.Anniversario di matrimonio, 2005 #GT Art .Photo Agency

Daniele Vita.Anniversario di matrimonio, 2005. # GT Art. Photo Agency

Disambigua Art Space. Daniele Vita, Ink Notes V4LAND. Carla Paiolo

Daniele Vita. La Lupa, 2007

Disambigua Art Space. Daniele Vita, Ink Notes V4LAND. Carla Paiolo

Daniele Vita. Il fantastico mondo del circo Harryson, 2010

Disambigua Art Space. Daniele Vita, Cojimies. #GT Art. Photo Agency

Daniele Vita. Bambini si bagnano dopo il tramonto, 2011. # GT Art. Photo Agency

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