Disambigua Art Space

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noname ::diario di un viaggio:: di Carlotta De Sanctis 

Carlotta De Sanctis, antropologia, Carla Paiolo, Disambigua Art Space

L’idea di uno spazio dove scrivere liberamente su temi generali che riguardano vari aspetti della società, parte da una collaborazione di chi con i propri mezzi e interessi ha iniziato a lavorare ad un progetto con un potenziale comune. Come spesso succede, l’incontro fortuito di personalità diverse ha dato vita ad un discorso che può essere letto e interpretato da vari punti di vista. La possibilità di espressione artistica, attraverso gli innumerevoli canali a disposizione, si unisce quindi alla scrittura che, in questo contesto abbandona la canonicità e la pretesa dello scritto accademico e accompagna un discorso che, nelle scelte e nella linea sarà portato avanti dall’emotività. È paradossale come, quando mi è stato proposto di scegliere e scrivere su un soggetto senza alcune indicazione di ambito, lunghezza e forma mi sono trovata nella condizione di dover richiedere delle linee guida che mi aiutassero a definire quello che stavo facendo. La ricerca di parametri, essenziale per chiunque lavori con spazi e contesti molto ampi, in questa sede per me ha costituito una sorta di limite. Ed è considerando questo limite che ho cominciato a valutare la necessità di riappropriarsi del proprio strumento di espressione artistica, tramite una riflessione che prenda le mosse dal significato stesso che questo ha all’interno degli apparati socio-culturali. Seguendo questo filo logico, ho voluto prendere in esame il percorso della narrazione dalla tradizione orale alla canonizzazione in forma scritta. La scelta dell’argomento muove da numerose motivazioni che toccano nello specifico questo progetto in cui lo scambio e la comunicazione sono le direttive prime della struttura del lavoro, e approda a quello che è il mio personale ambito di studio: antropologia dell’Asia centrale con un particolare focus sulla Turchia. Questo incontro mi ha quindi portato a presentare qui un antico poema epico anatolico, che per molti secoli è stato tramandato oralmente fino al momento in cui è divenuto opera letteraria: il libro di Dede Korkut[i].
Un testo che si modella a partire da una tradizione orale, racchiude in se formule e strutture che facilitano la memorizzazione e allo stesso tempo è testimone di un patrimonio culturale elaborato in uno spazio e in un tempo dilatato. La peculiarità del racconto tramandato oralmente sta proprio nella possibilità di riformulazione del messaggio. L’oralità deve quindi la propria esistenza all’azione di colui che la diffonde. L’importanza di testi che hanno un’accessibilità e una diffusione ampia tra un nucleo di persone, sta nel ricreare dei caratteri identitari e allo stesso tempo rappresentare una visione cosmologica che deve essere largamente accettata al fine di costituire una lettura della realtà condivisa. Il messaggio del racconto orale è allo stesso tempo un’indicazione, una mappatura del sistema sociale utile per orientarsi nel quotidiano. Ciò che la tradizione indica delle origini di un popolo e del suo sistema spirituale, serve quindi a strutturare un profondo legame tra coloro che condividono e usufruiscono del messaggio. Leggere un testo preceduto da una lunga tradizione verbale è un’esperienza particolare che riproduce nel lettore un senso di coesione sociale e di lettura partecipata del reale. Questa è la sensazione che danno i dodici racconti raccolti nel Dede Korkut, quella di una lunga storia raccontata a difesa delle grandi tradizioni, a risposta dei numerosi interrogativi dell’uomo. In questa raccolta che risale all’VIII secolo, geograficamente contestualizzata in una regione che corrisponde all’attuale Turchia nord-orientale, viene sottolineato proprio questo aspetto di guida culturale all’interno di un ordine cognitivo, in cui l’orientamento è possibile solo se se ne sono accettati i fondamenti. La magia del Dede Korkut è data dalla sua particolare collocazione culturale che a livello temporale coincide con la diffusione nell’Anatolia e in tutta l’Asia Centrale della religione islamica[ii]. Quello che infatti arricchisce i racconti è questa nota spiccata di sincretismo tra credi animisti-sciamanici e l’islam. Si ringrazia Mohammad ma allo stesso tempo si chiede aiuto al Dede Korkut che rappresenta una guida, un cantastorie, fino ad assumere il ruolo di risolutore e sciamano. Ci si riferisce a Fatima ma in un contesto dove la donna guerriera è considerata centrale per tutta la società. Si accetta quella condivisione dello spazio pensata e strutturata su società sedentarie, riformulandola in contesti nomadici dove la tenda, il cavallo e la razzia, sono i simboli della casa e del sostentamento. In questo ambito l’oralità introduce e veicola un nuovo messaggio che mano a mano si farà posto all’interno di strutture consolidate e che in questa fase rappresenta ancora una felice convivenza di diversi modi di intendere il divino. L’oralità ha quindi l’importantissimo merito di restituire una panoramica più coerente rispetto all’immobilità della tradizione scritta in cui i processi vengono vissuti e riportati nella loro fluidità permettendo di rappresentare un quadro complesso e non lineare. Tenere presente questo aspetto ci aiuta a non cadere nell’errore di svincolare molti processi dal loro contesto. La canonizzazione scritta, che per lunghi anni ha acquisito in occidente un’autorevolezza assoluta rispetto alla tradizione orale, può in alcuni ambiti tratte in inganno. Mi riferisco qui a quelle considerazioni sviluppate intorno a testi o documenti che non rendono merito dei complessi processi di appropriazione di certe tradizioni. Riflettere sul modo in cui si fruisce di una determinata cultura aiuta a analizzare aspetti che potrebbero riproporsi in maniera problematica nella società contemporanea. Per quanto riguarda il  Dede Korkut e la lunga tradizione della quale è figlio, un analisi critica ci permette di considerare i diversi modi di ricezione dell’islam a discapito di una sua rappresentazione come struttura monolitica e sempre uguale a se stessa. Dall’incontro in Anatolia tra l’animismo e la religione musulmana si sono cerate delle formulazioni dell’islam che sopravvivono ancora adesso e che testimoniano la possibilità di una convivenza coerente. Uno tra tutti è il caso degli aleviti turchi[iii], una particolare minoranza religiosa che struttura la propria professione di fede a partire da questi elementi e che è stata a più riprese definita eterodossa. Considerare questa transizione non solo geografica, che dal Caucaso all’Anatolia arriva alla moderna Turchia aiuta a sviluppare un discorso di continuità con il passato e a intendere queste riformulazioni non come delle sfide lanciate all’ortodossia ma come ulteriori risposte alla possibilità d’interpretazione del reale che l’uomo gioca nella sua vita quotidiana. [i] Per la traduzione del Dede Korkut in italiano consultare: Salomoni, F. (a cura di). 2008. Il Libro di Dede Korkut. Milano: Aquilegia Edizioni. [ii] Per la trattazione della diffusione dell’islam nell’Asia Centrale consultare: Bernardini, M. 2003. Il mondo iranico e turco. Torino: Piccola Biblioteca Einaudi. [iii] Gli aleviti sono una consistente minoranza musulmana che in Turchia conta circa 10-15 milioni di fedeli. La maggioranza degli aleviti è turca ma non manca la componente curda e rom. Le loro cerimonie si svolgono nelle cemevi  piuttosto che nelle moschee e sono sempre accompagnate da musiche e danze.

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