Disambigua Art Space

‘sky-walker con piedi a terra’. Neriman Polat

‘sky-walker i con piedi a terra’. Neriman Polat :: ‘V4LAND’:: di Carla Paiolo

Neriman Polat. Disambigua ArtSpace. InkNotes

‘On Cutting’, still from video,2009. © Neriman Polat

Alcuni artisti risvegliano con una forza prorompente, quel sentimento che oggi è declinazione di un assunto utopico e anacronistico: l’arte può mobilitare le masse, più di ogni altra cosa. Se questo è inverosimile, dire che il sentimento di lotta svanirà, è un grande errore. La lotta non  si limita al contrasto, si svolge anche in piccole azioni poetiche, con l’imprevedibilità dell’intuizione di cui gli artisti sono abili attivatori. Una verità che i poteri forti tentano di demonizzare e indebolire in ogni modo. È necessaria la sudditanza, per il controllo totale.  Neriman Polat è un’artista che arriva dritta all’essenza di questa verità.  Agisce sul ripristino dei canali emotivi basilari, scardinando il tessuto dell’ipocrisia, partendo da una dimensione intima che rimanda a quella di ognuno.  Riattiva il carattere sovversivo insito nell’essere umano; quello in grado di reagire, di opporsi a questa eredità violata. La sua è una denuncia a voce alta, sulla deriva sociale che stiamo vivendo. Se l’arte contemporanea è la grata di una gabbia che segue una meccanica d’informazioni fluide, dovremmo forse pensare che l’acqua è un elemento naturale, necessario per la vita. Afferrare la forza del movimento. Considerare inoltre, che la gabbia sia un concetto che si può osservare da lontano, un luogo di ‘limitazione’ nel quale l’artista è inserito solo se piega la testa, peggio ancora la nasconde. Neriman Polat ci dice che la grata è una barriera mentale che può essere guardata dall’esterno e che questa posizione non è un’utopia. Ci ricorda che è una nostra responsabilità individuale, risvegliare passioni e lottare perché qualcosa cambi. I piccoli gesti possono diventare grandi azioni.  Scavare poi dentro noi stessi, senza dimenticare che abitiamo un luogo vissuto da altri, perché siamo innanzitutto animali sociali, nati per convivere e unirsi. Nell’amore come nella lotta. Ci rammenta che vivere un luogo è discernere le singole specificità, cogliere i particolari più impercettibili, ogni variante, l’aspetto tragicomico. In particolare, che tutto ciò è estendibile a una categoria umana, ben precisa: quella che non prevede soglie e confini geografici delimitati. • Quando un’artista riesce in questo e con questa forza, la storia la riconoscerà nella sua interezza. Il sistema fallisce, perché l’aridità e l’ipocrisia non sono patrimonio di tutti • Tornando al (non)confine geografico, è tuttavia evidente, che l’universale passa attraverso il particolare. Considera e analizza i dettagli della trasformazione politica e socio-culturale del Paese nel quale vive, della sua città, Istanbul. Bisogna ricordare chi siamo e da dove veniamo per parlare con sincerità. Il segreto di Istanbul è di essere donna anche lei. Ce ne parla in modo incisivo nel suo lavoro ‘The City’s Rhythm is Feminine’, dove c’è la definizione di un campo visivo aperto, vesti nere che si muovono al vento, per poi perdersi nello spazio urbano e dilatare il nostro orizzonte, coinvolgendoci nel mistero. Movimenti e frequenze che disturbano le menti non-pronte, fallocentriche, consegnandoci così l’arcano e la meraviglia che tali corrispondenze producono.  In fondo Istanbul è una città, ma nella nostra mente è il desiderio di una reale superficie d’incontro tra le civiltà.  Una speranza che si vada oltre limiti di appartenenza, che si prenda distanza da ogni forma discriminatoria, dittatoriale e azione politica antidemocratica, che fa della bellezza identitaria, un mezzo per originare conflitti. Nerima Polat  attraversa l’ambiente urbano come una ‘sky-walker con i piedi a terra’.  Si crea lo spazio tangibile, dove convogliare la ricostruzione della sfera personale e le relazioni sociali. In prima istanza, manipola e presenta uno spazio libero, aperto alla condivisione del privato e indipendente da ogni logica individualistica, servilismo o elitarismo borghese. Parla di democrazia, presentandosi come artista capace di dialogo e condivisione. Mutilazione e nero ingombrante dal quale emergono dei freni che è bene sapere come usare; esempio di come alla competizione e all’individualismo, si possa sostituire un confronto, tra artiste e donne, ma anche aldilà del genere.  Trasuda dal suo lavoro, una dimora interiore che riguarda anche il non conosciuto, e che rievoca una semplicità altalenante. Esce il carattere performativo di un’artista che affronta il grande scoglio di una società patriarcale, denunciandone il dolore senza riserve. Entra nelle viscere di questa mutilazione ancora viva, che tocca non solamente la Turchia, ma il mondo intero. Nella mostra ‘Home Watch’, svolta nello spazio Depo a Istanbul, troviamo un percorso video-fotografico di opere che trattano proprio questa indole performativa. Gli ambienti, sono talvolta la superficie intima di un tempo che non doveva essere, e il corpo appare situato dentro un’interazione complessa, composta di tensioni affettive e turbamenti sociali. In questo tempo specifico il corpo si blocca, è alienato, ferito, spesso compromesso. Esibito o celato dietro ad immagini che presentano luoghi e oggetti legati alla memoria, che richiamano pieni e vuoti anche di tipo generazionale. Allo stesso tempo lei si muove, ricorda, si perde, vive il dolore, esibisce, materializza la paura e la mette in valigia. La casa si confonde con la lapide, quindi con l’idea di morte. Ci lascia in sospeso e ci innesca dubbi. Ci presenta infine l’ipotesi di un varco, della luce che penetra dentro luoghi deserti e fatiscenti. Nel lavoro ‘Grim Reaper’, c’è l’amara condizione della donna di doversi armare, ma anche la comprensione di non essere sola, perché la luce può arrivare da dentro e da fuori. Dalla complicità con altre donne, che scelgono di sorreggersi. Non rinuncia a mostrarci una sottile ma altrettanto adulta ironia, quella che ci pone altri interrogativi. O semplicemente, ci fa pensare che il sorriso è qualcosa che non dobbiamo permettere ci sia tolto. Mai.

Neriman Polat, 1968. Vive e lavora ad Istanbul. www.nerimanpolat.com

Neriman Polat. Disambigua ArtSpace. InkNotes. V4Land. Carla Paiolo

‘Silent Ship’, photograph, 2003. © Neriman Polat

Neriman Polat. Disambigua ArtSpace. InkNotes.V4Land. Carla Paiolo

‘Two partridges’, still from video. 2005. © Neriman Polat

Neriman Polat. Disambigua ArtSpace. V4Land. Carla Paiolo

‘Black Clothes’, photograph, 2008. © Neriman Polat

Neriman Polat. Disambigua ArtSpace. V4Land. Carla Paiolo

‘Lessons=Democracy’, digital print on canvans, 2008. © Neriman Polat.

Neriman Polat. Disambigua ArtSpace. V4Land. Carla Paiolo

‘Gream Reaper’, photograph, 2013. © Neriman Polat.

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